Disegno di legge di iniziativa Parlamentare a firma Nugnes, Fattori, Moronese, Mantero, La Mura, Ortolani, Quarto, L'Abbate, Trentacoste e Patuanelli con argomento: Disposizioni per l'arresto del consumo di suolo, di riuso del suolo edificato e per la tutela del paesaggio.
Nella presentazione vengono sciorinati dati allarmanti che dovrebbero far riflettere i nostri amministratori su quanto di prezioso è nelle loro mani. Vi invito a leggere attentamente quanto presentato alla presidenza del Senato in data 27 marzo 2018. Attualmente il documento è in discussione al in Commissioni riunite 9^ (Agricoltura e produzione agroalimentare) e 13^ (Territorio, ambiente e beni ambientali).
Il
consumo di suolo rappresenta una delle emergenze ambientali che la politica è
chiamata ad affrontare in tempi brevi. Al termine della XVI legislatura il
Governo aveva presentato un disegno di legge finalizzato al contenimento del
consumo di suolo, ma l’esame non è mai iniziato.
La XVII legislatura ha visto
la presentazione di numerosi progetti di legge in questa materia, ma l’iter è
stato lungo e pieno di ostacoli e alla fine, benché l’impianto iniziale ne
fosse stato molto indebolito, i progetti di legge si sono arenati definitivamente,
rendendo manifesta la mancanza di volontà di quel Parlamento nel dare al Paese
una legislazione adeguata a preservare il suolo agricolo, coerentemente con le indicazioni
dell’Unione europea, la quale, nella tabella di marcia verso un’Europa efficiente
nell’impiego delle risorse, contenuta nella comunicazione COM (2011) 571, come confermato
dal documento recante «Orientamenti in materia di buone pratiche per limitare, mitigare
e compensare l’impermeabilizzazione del suolo», afferma l’esigenza che l’incremento
della quota netta di occupazione di terreno tenda ad arrivare a zero entro il
2050. Nel frattempo il Forum italiano dei Movimenti per la Terra e il
paesaggio (chiamato «Salviamo il paesaggio»), la rete civica nazionale composta
da più di mille associazioni e da migliaia di cittadini nata nel 2011 a
Cassinetta di Lugagnano, ha avviato un percorso – con la collaborazione di settantacinque
esperti – per l’elaborazione di un nuovo testo finalizzato a fermare il consumo
di suolo nel nostro Paese, che è stato messo a disposizione delle forze politiche
sensibili all’esigenza di salvaguardare il suolo agricolo. Il Movimento 5
stelle, che già nella scorsa legislatura era stato in prima linea per
promuovere l’approvazione del testo, accoglie con convinzione l’invito del mondo
associativo e fa propria la proposta di legge del Forum «Salviamo il
paesaggio». Il testo proposto intende dare un’efficace definizione giuridica di
«suolo» e «consumo di suolo» e stabilisce le regole per tutelare e salvaguardare
un fondamentale bene comune che rappresenta una risorsa non rinnovabile e non
sostituibile nella produzione di alimenti e di servizi ecosistemici, nella
trasformazione della materia organica, nel ciclo dell’acqua e nella mitigazione
dei cambiamenti climatici. Il suolo è da intendere come lo strato superficiale
della Terra, la pelle viva del pianeta. Esso è una pellicola fragile in cui
vivono molteplici esseri viventi, un quarto della biodiversità di tutto il
pianeta. Isoli microrganismi possono essere oltre un miliardo in un solo grammo
di suolo, ma nello stesso grammo si possono contare oltre 10.000 specie
diverse. Tutti questi organismi viventi sono fondamentali per la genesi e la fertilità
dei suoli e contribuiscono al loro armonico sviluppo, che richiede tempi lunghissimi,
pari ad alcune migliaia di anni: stiamo quindi parlando di una risorsa finita non
rinnovabile e per questo preziosa almeno al pari dell’acqua, dell’aria e del
sole. Se si ricopre una parte di suolo con cemento o asfalto, si altera
durevolmente la sua natura e si perdono inevitabilmente le sue funzioni
caratterizzanti. Che il consumo di suolo sia un’emergenza assoluta è confermato
dall’analisi dei dati offerti dagli enti pubblici, in particolare dall’Istituto
superiore per la protezione e la ricerca ambientale (ISPRA) e dall’Istituto
nazionale di statistica(ISTAT).
Secondo l’ISPRA (2017–http://www.isprambiente.gov.it/it/pubblicazioni/rap­porti/consumo-di-suolo-dinamiche-territoriali-e-servizi-ecosistemici),
infatti, il consumo di suolo in Italia non conosce soste, pur segnando un
cospicuo rallentamento negli ultimi anni: tra il 2013 e il 2015 le nuove
coperture artificiali hanno riguardato ulteriori 250 chilometri quadrati di territorio,
ossia–in media–circa 35ettari al giorno (una superficie pari a circa trentacinque
campi di calcio ogni giorno): una velocità di trasformazione, nell’ultimo
periodo, di circa 4 metri quadrati di suolo perduti ogni secondo. Dopo aver
toccato anche il valore di 8 metri quadrati al secondo negli anni 2000 (tra 6e 7
metri quadrati al secondo è stata la media degli ultimi cinquanta anni), il
rallentamento iniziato nel periodo 2008-2013 a causa della crisi economica si è
consolidato negli ultimi due anni con una velocità ridotta di consumo di suolo:
si continua però, sistematicamente e ininterrottamente, a ricoprire aree
naturali e agricole con asfalto e cemento, fabbricati residenziali e produttivi,
centri commerciali, servizi e strade. I dati della rete di monitoraggio dell’ISPRA
mostrano come, a livello nazionale, il suolo consumato sia passato dal 2,7 per
cento degli anni ’50 al 7,6 per cento stimato per il 2016, con un incremento di
4,3 punti percentuali (1,2 per cento è l’incremento registrato tra il 2013 e il
2015) e una crescita del 159 per cento. In termini assoluti, si stima che il
consumo di suolo abbia intaccato ormai oltre 23.000 chilometri quadrati del
nostro territorio. Poiché il nostro Paese è montuoso per circa il 35 per cento
della superficie totale, la cementificazione ha eroso le aree di pianura, le
più fertili, che rappresentano circa il23 per cento dell’intera superficie del
nostro Paese (quasi un quarto) e un’ampia parte di quel restante 42 per cento
di superficie composto di colline di altezza inferiore a 800 metri. Un altro
fattore di criticità è rappresentato dall’occupazione caotica di suoli derivata
dalla dispersione insediativa (sprawl), che provocala frammentazione e
la disgregazione dei paesaggi che si sono sedimentati nel tempo per opera
dell’uomo. Un patrimonio collettivo che riassume in sé valori storici,
culturali e di appartenenza, fondamentale per il benessere dei cittadini e
delle comunità, oltre che importante risorsa per forme di turismo sociale ed
ecologico-naturalistico. Inoltre, il fenomeno dell’accaparramento delle terre (land
grabbing) porta auna perdita di proprietà dei suoli da parte di piccole e
medie imprese agricole, disperdendo così un requisito importante per la
gestione sostenibile, sul piano sociale ed ecologico, del territorio. Il
terreno è considerato sempre più come opportunità d’investimento finanziario e oggetto
di forte speculazione da parte di imprese multinazionali e grandi investitori,
sia europei che stranieri. La concentrazione di terreni agricoli nelle mani di
pochi attori, che poco si preoccupano degli equilibri ecosistemici dei suoli,
produce profonde conseguenze sociali, culturali, economiche e politiche e porta
alla uniformazione e banalizzazione dei paesaggi. Per l’Italia (si veda il
rapporto basato sull’elaborazione dei dati dell’EUROSTAT: Extent ofFarmland
Grabbing in the EU-http://www.eu­roparl.europa.eu/RegData/etudes/STUD/2015/540369/IPOL_STU(2015)540369_EN.pdf)
si stima che il 26,2 per cento della superficie agricola utile sia già in
mano all’1 per cento dei proprietari fondiari con superfici superiori a
100ettari. Se prima in Italia erano gli investimenti statunitensi a fare la
parte del leone, ora sono le compagnie cinesi che si interessano sempre piùa
terreni e aziende agricole. Analoga criticità per tutta l’Unione europea ha
portato alla risoluzione P8_TA (2017) 0197 del Parlamento europeo, del 27
aprile 2017– dal titolo «Situazione della concentrazione agricola nell’UE: come
agevolare l’accesso degli agricoltori allaterra» –(http://www.europarl.europa.eu/si­des/getDoc.do?pubRef=-//EP//TEXT+TA+P8-TA-2017-0197+0+DOC+XML+V0//IT).
Grazie alle analisi contenute nel rapporto dell’ISPRA 2017, si evidenziano,
inoltre, i costi generati dal consumo di suolo in termini di perdita di servizi
ecosistemici (l’approvvigionamento di acqua, cibo e materiali, la regolazione
dei cicli naturali, la capacità di resistenza a eventi estremi e variazioni
climatiche, il sequestro del carbonio –valutato in rapporto non solo ai costi
sociali ma anche al valore di mercato dei permessi di emissione–e i servizi
culturali e ricreativi), solitamente sottostimati o non contabilizzati. Questi
si aggiungono alle spese e agli ulteriori consumi di risorse naturali necessari
per infrastrutture, servizi e manutenzioni che la nuova edificazione richiede.
A livello nazionale i costi diretti derivati da queste perdite sono dovuti
soprattutto alla mancata produzione agricola (51 per cento del totale, oltre
400milioni di euro annui tra il 2012 e il 2015) poiché il consumo invade
maggiormente le aree destinate a questa primaria attività, ridotta anche a
causa dell’abbandono delle terre. Una perdita grave perché non rappresenta una
semplice riduzione, bensì un annullamento definitivo e irreversibile. Il
mancato sequestro del carbonio pesa per il 18 per cento sui costi dovuti
all’impermeabilizzazione del suolo, la mancata protezione dall’erosione incide
per il 15per cento (tra 20 e 120 milioni di euro annui) e i sempre più
frequenti danni causati dalla mancata infiltrazione e regolazione dell’acqua
rappresentano il 12 per cento (quasi 100 milioni di euro annui). Altri servizi
forniti dal suolo libero, soprattutto se coperto da vegetazione, e ridotti a
causa del suo consumo sono la rimozione del particolato e l’assorbimento dell’ozono:
in altri termini, un suolo sano migliora la qualità dell’aria essendo il luogo
fisico dove si completa la chiusura dei cicli biogeochimici dei principali
elementi componenti lo smog atmosferico. In Italia si è registrato il
primato di malattie e morti premature imputabili all’inquinamento atmosferico,
stimate, nell’ultimo rapporto dell’Agenzia europea dell’ambiente, in oltre
90.000 morti premature per anno (European Environment Agency–Air quality in
Europe–report2016, tab.10.1, pag. 60), con una perdita valutata dall’Organizzazione
per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE) nel rapporto2016 «The
economic consequences ofoutdoor air pollution» in 360 miliardi di dollari
di danno economico a carico dei quattro più grandi Paesi dell’Unione
europea(tra cui l’Italia), in aumento a 540 miliardi di dollari nelle
proiezioni per il 2030. Specificamente per l’Italia, il danno economico per le
esternalità collegate alla salute dei cittadini da inquinamento dell’aria è
ancora ricalcolato in oltre 47 miliardi di dollari all’anno nel III rapporto
della Commissione europea «State of the Energy Union» del 23 novembre
2017 (SWD Energy Union Factsheet Italy). In un Paese che sta invecchiando
a un ritmo superiore al tasso di ricambio generazionale sarebbe da irresponsabili
non fermare subito il consumo di suolo. Il suolo svolge inoltre un ruolo
importante per l’impollinazione e la regolazione del microclima urbano. La
riduzione di quest’ultima funzione ha pesanti riflessi sull’aumento dei costi
energetici: l’impermeabilizzazione del suolo causa un aumento delle temperature
di giorno e, per accumulo, anche di notte. In sintesi il dato nazionale evidenzia
che la perdita economica di servizi ecosistemici è compresa tra i 538,3 e
gli 824,5 milioni di euro all’anno, che si traducono in una perdita per ettaro
compresa tra 36.000 e 55.000 euro. Un circolo vizioso che, visti i numeri,
genera un dubbio: dov’è la convenienza pubblica di ingiustificati interventi di
edificazione con un ritorno economico limitato al breve periodo? Quanto contano
tributi e oneri incassati se poi gli interventi si rivelano evidentemente
antieconomici e destinati a perdere valore, oltre che a richiedere una costante
manutenzione? La mancata compensazione tra costi e benefìci non dovrebbe già da
sola far propendere a limitare al massimo opere di cementificazione, quali esse
siano? L’esponenziale consumo di suolo che ha caratterizzato gli ultimi cinquanta
anni del nostro sviluppo non corrisponde ad autentiche esigenze produttive o
abitative e a effettivi bisogni sociali: secondo l’ISTAT nel nostro Paese sono
presenti oltre 7 milioni di abitazioni non utilizzate, 700.000 capannoni
dismessi, 500.000 negozi definitivamente chiusi e 55.000 immobili confiscati
alle mafie: «vuoti a perdere» che snaturano il paesaggio e le comunità a
contorno. Tutto ciò a fronte di un andamento demografico (sostenuto essenzialmente
all’ingresso di nuova popolazione dall’estero) che indica una crescita debole, tanto
è vero che nel triennio 2012-2016 le morti hanno superato le nascite; nel 2016
la popolazione italiana era pari a 60.665.552 residenti, sostanzialmente
stabile dal 2014, mentre dieci anni prima si attestava a 58.064.214. Nel 2017
l’ISTAT ha rappresentato una situazione ancor più riduttiva, con una
popolazione di 60.579.000 persone, circa 86.000 in meno rispetto al 2016. Secondo
i dati dell’istituto «Scenari immobiliari» (istituto indipendente di studi e di
ricerche che analizza i mercati immobiliari e, in generale, l’economia del
territorio in Italia e in Europa), gran parte degli edifici di nuova
costruzione oggi in vendita nel nostro Paese è stata costruita diversi anni fa
e ha registrato nel 2015 un invenduto pari a 90.500 unità (escluse le
abitazioni ancora in costruzione e non ancora poste sul mercato); nel contempo
sono presenti immobili vetusti e quasi inutilizzabili che avrebbero invece bisogno
di essere ristrutturati e riqualificati, con evidenti benefìci sia economici
sia di decoro e senza gravare sul suolo libero. Occorre inoltre aggiungere che
la crisi economico-finanziaria di questi anni ha sedimentato in seno agli
istituti bancari una grande quantità di immobili, pignorati in parte a cittadini
«impoveriti» e, in prevalenza, alle imprese del settore impegnate in operazioni
edilizie fallite per esubero di offerta. Non a caso i principali istituti di
credito hanno aperto un filone «real estate» per smaltire un patrimonio
in progressiva svalutazione che grava sui loro bilanci. Le principali sofferenze
derivano dal comparto costruzioni e immobiliare, con il 41,7 per cento dei prestiti
deteriorati (fonte: Banca d’Italia, settembre 2016). Una quota molto
importante, che denuncia un’economia sbilanciata, troppo esposta su questo settore.
Un altro elemento è costituito dai costi enormi legati alla dismissione dei
centri commerciali e dei capannoni (demalling) obsoleti o chiusi per fallimenti
economici, come accade con sempre maggiore frequenza: per il loro abbattimento
o riuso sono necessari comunque ingenti esborsi di denaro, spesso pubblico, per
mantenere almeno decoroso il luogo. Va inoltre incentivato il riuso dei
capannoni dismessi in caso di necessità di nuovi insediamenti produttivi o di
ampliamento di insediamenti produttivi esistenti, per il tramite di specifiche
agevolazioni fiscali. Un altro effetto deleterio sul consumo è la frammentazione
della maglia agraria, prodotta dalle infrastrutture viarie che spesso lasciano
lacertidi suolo agricolo non più utilizzabili perché residuali o difficilmente
accessibili. Il Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali ci
ricorda, inoltre, che il nostro Paese è in grado, oggi, di produrre appena
l’80-85 per cento del proprio fabbisogno primario alimentare, contro il 92 per
cento del 1991. Ciò significa che, se improvvisamente non avessimo più la
possibilità di importare dall’estero cibo corrispondente a idonei requisiti
igienico-sanitari e di qualità, ben venti italiani su cento rimarrebbero a
digiuno: quindi, a causa della perdita di suoli fertili, il nostro Paese oggi
non è in grado di garantire a se stesso la sovranità alimentare. La superficie
agricola utilizzata (SAU), che nel 1991 era quasi di 18 milioni di ettari, si è
ridotta a circa 12,7 milioni di ettari divisi tra 1,7 milioni di aziende
agricole. Nel complesso il comparto agroalimentare produce un giro di affari
annuale di 26,58 miliardi di euro, di cui 14 in agricoltura, 11,4 in zootecnia
e 1,18 in acquacoltura, con un’occupazione totale di circa 600.000 unità lavorative
e 42.000 ettari di serre (che non sono considerate suolo agricolo). Gli unici
prodotti agricoli che eccedono il fabbisogno interno sono il vino, il riso e i
prodotti ortofrutticoli, produzioni tra l’altro caratterizzate da metodi
intensivi ed estensivi. Tutti gli altri prodotti agroalimentari devono essere
importati, per esempio:
- agrumi (la produzione italiana copre il98 per cento dei
consumi interni);
- grano duro (65 per cento);
- grano tenero (38 per cento);
- mais (81 per cento);
- olio di oliva e sansa (74 per cento);
- orzo (56 per cento);
- patate (80 per cento).
Si rammenta che tali produzioni sono rese possibili da una
forte «iniezione» di fonti fossili, come agrofarmaci e concimi chimici, che
hanno progressivamente impoverito il suolo agrario della essenziale capacità di
autorigenerarsi. L’uso della chimica di sintesi in agricoltura è riconducibile
alla contrazione della SAU. Tale contrazione favorisce, su superfici agricole
sempre più ridotte, l’uso dei fertilizzanti chimici allo scopo di aumentare la
resa per ettaro. Secondo il Grantham Centre for Sustainable Futures dell’università
di Sheffield il nostro pianeta ha già perso un terzo del suo terreno coltivabile–a
causa dell’erosione o dell’inquinamento–negli ultimi quaranta anni, con conseguenze
definite disastrose in presenza di una domanda globale di cibo che sale alle stelle:
quasi il 33 per cento del terreno mondiale adatto o ad alta produzione di cibo
è stato perduto a un tasso che supera il ritmo dei processi naturali in grado
di sostituire il suolo consumato. Per di più le terre emerse rappresentano solo
il 30 per cento della superficie terrestre (l’8 per cento ad altitudini superiori
a 1.000 metri, quindi scarsamente coltivabili a fini alimentari), di cui le
aree sfruttabili per la coltivazione in maniera naturale (cioè senza impianti
idrici o di drenaggio artificiali) sono appena l’11 percento: la questione
dell’agricoltura e del cibo è tra le più rilevanti priorità del nostro tempo.
Nel 2050 la popolazione mondiale supererà i 9 miliardi di persone e risulta per
tanto necessario incrementare la produzione agricola in Italia e nel mondo
almeno del 30 per cento. Inoltre deve essere considerata la dinamica dei
processi dei cambiamenti climatici, con perdita di biodiversità, desertificazione
e forte riduzione dei servizi ecosistemici che peggiorerà la situazione in essere.
Dal rapporto del Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del
mare pubblicato il 4 gennaio 2017, «Il posizionamento Italiano rispetto ai 17
Obiettivi per lo Sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite»(fonte: http://www.asvis.it/home/46-1343/mi­nambiente-la-posizione-dellitalia-rispetto-al­lagenda-2030#.WKU1dyhSgxI)si
rileva che in Italia, secondo valutazioni basate sull’analisi congiunta dello
stato e della gestione del suolo, della vegetazione e delle condizioni climatiche,
le aree maggiormente sensibili al degrado e alla desertificazione costituiscono
circa il 30,8 per cento del territorio nazionale. La conformazione geomorfologica
del territorio italiano, aggredito per decenni in modo massiccio da processi di
urbanizzazione e infrastrutturali, impone dunque al nostro Paese una rigorosa
tutela dei suoli liberi e non impermeabilizzati, sia per salvaguardare gli spazi
vitali per il benessere dei cittadini e delle loro comunità, sia per garantire gli
utilizzi agricoli necessari all’autosufficienza agro-alimentare e sia per
evitare i dissesti idrogeologici. Il nostro Paese, infatti, è attraversato da
crescenti catastrofi d’intensità variabile che puntualmente sollevano dubbi
circa la nostra capacità di gestione del territorio e la sicurezza delle nostre
città e paesi. Secondo dati dell’ISPRA del 2010 sono 7.145 i comuni italiani (l’88,3
per cento del totale) interessati da qualche elemento di pericolosità
territoriale; tra questi il 20,3 per cento (1.640 comuni) presentano aree ad
elevato (P3) o molto elevato (P4) rischio frana, il 19,9 per cento(1.607
comuni) presentano aree soggette a pericolosità idraulica (P2) mentre il 43,2
percento (3.893 comuni) presentano un mix dei rischi potenziali (P2, P3,
P4).
Per queste considerazioni, il contrasto del consumo di suolo
quale misura essenziale a sostegno del nostro benessere economico e sociale
dev’essere considerato una priorità e diventare una delle massime urgenze
dell’agenda parlamentare per i numerosi benefìci indotti che ne derivano, di
carattere sociale, ecologico ed economico. Il presente disegno di legge detta
pertanto una serie di interventi destinati a porsi come princìpi fondamentali della
materia, secondo il disposto dell’articolo 117, secondo comma, della Costituzione.
Si tratta di un disegno di legge in grado di orientare correttamente l’intero comparto
edilizio, indirizzandolo sull’unica opportunità di sviluppo possibile: il recupero,
la rigenerazione, l’incremento dell’efficienza energetica e il risanamento
antisismico del patrimonio edilizio vetusto. Quasi il 55 per cento delle
abitazioni italiane (16,5milioni di unità) è stato costruito prima del1970; la
quota sale al 70 per cento nelle città di medie dimensioni e al 76 per cento nelle
città metropolitane. Si tratta dunque di edifici responsabili di spreco
energetico e spesso soggetti a forte rischio sismico, su cui va operata una
seria opera di ristrutturazione, risanamento o sostituzione.
L’articolo 1 enuclea le finalità, i princìpi egli obiettivi
della legge. Le finalità sono individuate, in primo luogo, nella necessità di contrastare
in modo deciso (dunque «arrestare» e non semplicemente «limitare» o «contenere»)
il consumo di suolo, essendo il suolo un bene comune e una risorsa limitata e
non rinnovabile fornitrice di funzioni/servizi vitali. Occorre infatti
salvaguardare gli spazi vitali per il benessere dei cittadini e delle loro
comunità. A causa della crescita costante della popolazione mondiale, l’agricoltura
e la produzione di cibo si pongono tra le questioni più rilevanti del nostro tempo.
Ma l’occupazione di suolo limita la produzione di cibo, tanto più che avviene
in prevalenza nelle aree pianeggianti e periurbane, le più fertili e idonee a
fini agricoli e che rappresentano una parte minima della superficie
complessiva. Il territorio italiano presenta un diffuso dissesto idrogeologico che
viene acuito dal consumo di suolo e dal conseguente abbandono delle attività di
cura e manutenzione delle campagne. Arrestare il consumo di suolo significa,
dunque, anche contrastarne il dissesto, l’impermeabilizzazione e gli effetti
dei sempre più frequenti eventi meteorologici estremi, prevenendo danni
economici e perdite di vite umane. La salvaguardia del suolo, inoltre, è una
misura essenziale per la mitigazione e l’adattamento ai cambiamenti climatici,
per il contrasto alla perdita di biodiversità e i fenomeni di desertificazione.
Spetta alle istituzioni pubbliche tutelare e salvaguardare i suoli da ulteriori
consumi ma, allo stesso tempo, è anche responsabilità di ciascun cittadino contribuire
all’effettiva realizzazione delle politiche a ciò indirizzate. In tale ottica,
per evitare ulteriore consumo di suolo libero, costituiscono princìpi
fondamentali del governo del territorio il riuso e la rigenerazione dei suoli
già urbanizzati, nonché il risanamento del costruito attraverso
ristrutturazione e restauro degli edifici a fini antisismici e di risparmio
energetico, la riconversione di comparti attraverso la riedificazione e la
sostituzione dei manufatti edilizi vetusti. Il presente disegno di legge
costituisce anche attuazione dell’articolo 42 della Costituzione, secondo il
quale «La proprietà è pubblica o privata» e «La proprietà privata è riconosciuta
e garantita dalla legge, che ne determina i modi di acquisto, di godimento e i limiti
allo scopo di assicurarne la funzione sociale», per cui il venir meno di
quest’ultima fa venir meno la stessa tutela giuridica, con la conseguenza che i
suoli tornano nella proprietà collettiva della popolazione del comune
interessato. Nessun indennizzo è dovuto ai proprietari che non hanno perseguito
la funzione sociale dei loro beni, ovvero li
hanno abbandonati.

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